FRANKIE KNUCKLES

Come ogni rito collettivo che si rispetti, l’house-music, oltre ad avere milioni di fedeli, da sempre, ha il suo massimo profeta in Frankie Knuckles. Il Nostro si afferma artisticamente a Chicago all'inizio degli anni ottanta ed, a tutt’oggi, è considerato uno del più accreditati DJs del mondo. Nativo di New York, si trasferisce nella città del Blues Brothers a caccia di fortuna: la Dea Bendata gli arride, portandolo ad ottenere il lavoro di DJ-resident al Warehouse, una megadiscoteca, signora incontrastata del sabato sera cittadino, frequentata soprattutto da gente di colore e da gay. In questa elettrica e stimolante atmosfera, Knuckles comincia a sperimentare nuove atmosfere musicali, usando le versioni strumentali di vecchi brani disco e classici soul ed inserendovi, in diretta, ritmiche oinedite e fraseggi musicali con tastiere e batterie elettroniche.
Il lavoro di Knuckles, nel giro di poco tempo, divenne inconfondibile ed i ragiovani della città cominciarono a chiedere ai negozi di dischi “Il sound del Warehouse”. Frankie aveva creato, forse inconsapevolmente, in diretta, durante le sue serata, le “basi” della musica-house: “The House Sound of Chicago” nasce cosi, cominciando a circolare su acetati e lacche pirata, poi su dischi a tiratura limitata pubblicati da piccole etichette indipendenti come la D.J. International e la Trax, destinate d alimentare, anche fuori dal mandamento di Chicago, il mito della “House-Music”. In Europa, invece, il nome di Knuckles, insieme al concetto di house-music, iniziò a circolare tra gli addetti ai lavori intorno al 1986. Tornato a New York da vincente, il dee-jay cominciò a firmare remix prestigiosi ed a lavorare con la Def Mix Productions. Tra la fine degli anni ottanta e l'inizio del nuovo decennio, Knuckles produce alcuni disco-mix fondamentali per lo sviluppo e la caratterizzazione di uno standard house: “Your Love”, “Tears” e “And I Loved You”. Ben presto la sua attività si sposta dai clubs alla sala d'incisione, pur non facendo mancare la propria presenza nei più importanti discoteche del mondo. Nel 1992 esordisce con il primo lavoro a titolo personale, “Beyond The Mix”. L'album, trainato dalla raffinata “The Whistle Song”, sottolinea la predilezione di Knuckles a spaziare tra i generi; ricreando una sorta un soul-moderno partendo dall’house –music, egli riscopre la melodia, la potenza della voce ed un gusto per arrangiamenti raffinati secondo uno stile assai distante dalla dance più “commercialotta” e banale. Ad onor del vero, va detto che Frankie Knuckles, almeno nel metodo, non ha inventato nulla, ma molto deve al suo vecchio amico e compagno, il compianto Larry Levan, il quale già nei lontani anni ’70, almeno dieci anni primi e con rudimentali giradischi, tentava la commistione di stili, generi e sonorità, anticipando di molto le tendenze del decennio successivo.

TONY HUMPRIES

Diversamente da Frankie Knucles, Tony Humpries, ha sempre operato su un tessuto sonoro più morbido, talvolta con qualche strizzatina d’occhio alle classifiche ed al pop. Per la suo sottile e raffinata operosità, quasi da cesellatore di suoni, viene considerato uno dei padri della house-garage, propugnata con caparbietà dalla console del club statunitense Zanzibared ed, in seguito, intrattenendo, durante il week-end, oltre tre milioni di persone con il suo live-set trasmesso in diretta da Radio Kiss FM di New York. Tony appartiene a quella rara generazione di DJs capaci di rimanere fedeli allo stesso club per qualche lustro, come i campioni dello sport di un tempo, fino ad ingraziarsi i favori e la fiducia di un’importante radio commerciale disposta ad ingaggiare, a suon di verdoni, per quindici anni consecutivi, lo stesso discc-jockey. Tali chances non sono offerte a chicchessia, ma bisogna possedere la stoffa, l’estro creativo e la competenza di Tony Humpries. Nel suo caso, il successo è stato il frutto di un paziente e appassionato lavoro, quasi come la tela di un ragno tessuta pazientemente, creando una sorta di “unicum” allo Zanzibar, nel New Jersey, locale nel quale risultò talmente coinvolgente da spingere i dirigenti di Radio Kiss FM di New York a mandare in onda in diretta le sue “sessions” del venerdì e del sabato, all’interno di spazi commerciali assai ambiti e rilevanti. Fondamentale per l’evoluzione della sua carriera, risultò l’arrivo nella capitale britannica. Negli anni ottanta furoreggiava la house-music di Chicago, con annesse variazioni europee sul tema, come l’acid-house, ma Humpries era rimasto fedele al suo “format”, il tipico stile elegante e felpato dell’house-garage. Ciò che lo differenziava maggiormente dai suoi colleghi erano quei suoni decisamente più melodici, con evidenti influenze soul, jazz e gospel. Sebbene allo Zanzibar fosse osannato come una rock star, il suo nome stentava a varcare i confini nazionali. Furono le indiavolate session dal vivo trasmesse dall'emittente newyorkese a rapire Danny Rampling, un famoso DJ di Londra che, all'inizio degli anni novanta, decise di invitarlo nella capitale britannica per alcune serate. Grazie al passaparola e alla diffusione del nastri registrati alla radio, Londra riscoprì una passione per la house che , in quel periodo, sembrava svanita. In Inghilterra Tony venne accolto come un capo di \Stato: il pubblico sottolineava con gli applausi ogni suo passaggio al mixer, facendolo sentire, come egli stesso racconta, "come Rocky Balboa sul ring". Travolto da tanto successo, alla seconda occasione, si porta dietro a sue spese amici e collaboratori per poter condividere con loro quella sensazione esaltante. Il sogno nel cassetto di Tony Humpries, in parte contemplato e sostanziato nei fatti, era quello di trasformare l’house-garage nella musica pop degli anni novanta, inoltre era ossessionato dall’idea di elevare la dance al rango di musica di matrice R&B a tutti gli effetti, ma tale riconoscimento gli era sempre stato negato da una certa critica musicale spocchiosa e prevenuta: con estrema testardaggine, riuscì anche in questo intento, lanciando nelle hit-parades mondiali artisti del calibro di Adeva, D'Borah e Basement Boys, centrando in pieno i suoi obiettivi. Per questo e per altro ancora che il suo show radiofonico ottiene, in media, un ascolto che supera i tre milioni di persone.
 

E LA DISCO DIVENNE HOUSE

THANKS GOD WAS HOUSE… AND THE DISCO IS NOT OVER!!!

Chicago ne è stata la madre feconda , il terreno di coltura dove si è sviluppato, cresciuto e da cui si è diffuso, come un’epidemia contagiosa, il più importante e longevo genere “dance” che ha conquistato il mondo delle discoteche. Muovendo i primi timidi passi, dal celeberrimo Warehouse, grazie alle intuizioni di Franckie Knakles, fino alla rielaborazione in chiave europea, questo melange musicale dal cuore “soul” e dal ritmo nero, sin dalla seconda metà degli anni Ottanta, ha invaso e conquistato i clubs più eleganti e raffinati. La nascita, soprattutto l’affermazione, di un nuovo genere musicale, ma in questo caso sarebbe più opportuno parlare di una linea di tendenza, avviene sempre quando il mercato ne riconosce la consistenza, facendolo assurgere al rango di fenomeno. E' accaduto così anche per la house-music, le cui prime, significative avvisaglie, si erano avute già dal 1985, quando sconosciuti DJs americani, come Frankie Knukles, cominciarono a sperimentare nuove sonorità, legate alla tradizione R&B, ma diluendo la componente “negroide” con ritmi scarni e cadenzati più adatti alle esigenze delle discoteche di quegli anni, soprattutto non oltrepassando mai un certo numero di BPM al minuto. Nel breve volgere di qualche stagione, Knuckles ed affini si trasformarono i in veri e propri “architetti” musicali, progettisti di sonorità raffinate, lontani dagli stereotipi della dance-pop infantiloide e dilagante nei plastici anni ’80. Questo “novo stil dance” gettava una sorta di ponte ideale verso la “disco” dei tempi migliori, di matrice “soul-funk” e di marca statunitense. Il genere venne battezzato “house” dal nome del locale che lo aveva visto nascere, il Warehouse di Chicago, ma nell’accezione più larga, si sottolinea che il termine indica un particolare tipo di musica, spesso, realizzata in casa con mezzi di fortuna e con un eccesso di fantasia creativa. In prima istanza si trattò, effettivamente, di musica nella quale venivano fusi a caldo i vecchi classici della disco-music con il moderno euro-beat, supportati da una ritmica elettronica, ma con il recupero di suoni analogici, apparentemente datati. Il primo forte impatto sul mercato dell’house-music fu determinato dall’ondata "jack". Come ogni nuova scuola di pensiero che si rispetti, questo “ritmo” aveva bisogno di codificare un qualche slang: "jack" divenne la parola d'ordine dei ballerini di Chicago, descrivendo alla perfezione le loro evoluzioni coreografiche su brani come “Love Can't Turn Around” di Harley Jackmaster Funk (che segnò l'esordio discografico del gigante buono Darryl Pandy, dopo l'abbandono del cori gospel di tipo ecclesiastico), “Jack the Groove” di Raze e “Jack Your Body” di Steve "Silk" Hurley. Il successo riscosso da queste produzioni, scatenò una reazione a catena: i Bad Boy Bill con “Jack It All Night Long”, Femme Fion con “Jack the House”, Chip E. con “Time to Jack”, sono solo una piccola parte dei titoli famosi dell'ondata "jack". Gli echi di tanto clamore raggiunsero presto il Vecchio Continente, anche se, come avviene nella prassi , inizialmente ci si limitò alla sola importazione. Nel 1988, però, I'Inghilterra, da sempre particolarmente attenta alle novità provenienti dal continente americano (e per ovvie affinità linguistiche e culturali), prese in mano la situazione con decisione, traghettando la house-music dalle sommesse oscurità dei clubs americani ai potenti riflettori delle classifiche di vendita di tutto il mondo. Il primo, eclatante successo fu quello ottenuto dai M/A/R/R/S con l'innovativo “Pump Up the Volume”, un lungo break strumentale ricco di campionamenti e dalla battuta intermittente. I tempi ormai erano maturi per l'esplosione del fenomeno. A raffica, apparvero sul mercato un’infinità di produttori e cultori del genere, come Mark Moore degli S-Express con “Theme from S-Express”, Tim Simenon, fondatore dei Bomb The Bass e autore di “Beat Dis”, i Coldcut prima con il remix del brano rap di Eric B & Rakim “Know You Got Soul” ed in seguito con l’originale “Doctor in the House”, con la voce di Lisa Stansfield. L’androgina Yazz, con la sia inquietante fisicità, sarà tra le prime dive della scena house, inizialmente accompagnata dai Plastic People, ed in seconda battuta come solista: yazz si fece spazio fra le zone alte delle classifiche, grazie ad una cover di Otis Clay intitolata “The Only Way Is Up”, seguita dall'originale “Stand Up for the Love Rights”. Da questo momento in poi, lo stile house comincerà a contaminare anche le nuove produzioni pop, come era avvenuto, in precedenza, per la disco, di cui rimane la più degna erede fra le varie tendenze sviluppatesi nel caotico mondo della notte a partire dai primi anni ’80.