The Whole World's Dancing

LA DISCO MUSIC IN ITALIA
L'Italia, come tutti i paesi occidentali, dominati dal
capitalismo e dal consumismo, si mostrò alquanto sensibile
al fenomeno "disco", riversando la maggior parte dei
prodotti made in USA nelle piste da ballo. Da buoni alleati
degli Americani, gli Italiani decisero di piazzare sul "patrio
suolo", oltre alle basi militari, anche delle basi musicali
che in qualche maniera fossero legate ad una sorta di "patto
atlantico" del divertimento. L'asse della "disco"
Nordamericana, a parte l'Inghilterra, dove tutto fu più
semplice per ovvi motivi di affinità linguistico-cultrali,
si appoggio, trovando terreno fertile, dapprima, in Francia
ed in Germania ed, in seguito, in Italia. Ben presto taluni
distillati dell'italico "disco-pensiero", cominciarono ad
essere recepiti anche oltre le Colonne d'Ercole, come non
ricordare "1,2,3,4 Gimme Some More" dei D.D.Sound, progetto
dietro cui si celavano i Fratelli La Bionda, o "Baby I Love
You" degli Easy Going, fenomeno breve, ma intenso, partorito
dalla prolifica mente di Claudio Simonetti, già fautore dei
Goblin. Ma forse, sarebbe interessante procedere per gradi.
Se è vero che le discoteche degli anni '70 siano le "fantascientifiche"
eredi dei whisky-a-gogò degli anni '60, rispetto a quei
primi locali da ballo con musica registrata esse giocano un
ruolo ben più importante per l'industria discografica. Nei
whisky-a-gogò si andava a ballare e ad ascoltare i successi
del momento, nelle discoteche venivano (e vengono ancora)
presentati in anteprima gli Hits dei mesi a venire. L'idea
di base era fondamentalmente la stessa (sebbene oggi si
ricorra ad arredamenti avveniristici, a luci psichedeliche,
all'alta fedeltà e addirittura ai laser), è mutato, invece,
il ruolo dei disc-jockeys, che ora tracciano le linee di
tendenza e dettano un "gusto", anziché rifletterlo. La
disco-music inglobava varie tendenze e stili, ma in genere
era musica finalizzata al ballo, incisiva e priva di
contenuto letterari e complicazioni intellettualoidi(il
testo era sempre un incitamento al ballo), quindi di
rapidissimo consumo. Pur derivando dal soul degli anni '60,
ha fatto sempre ricorso, secondo gli stili, a
sperimentazioni elettroniche, a melodie ultraorecchiabili, a
ritmiche accentuate ed incisive, ad arrangiamenti
orchestrali che attingevano a piene mani al rhythm & blues,
al rock e all'easy listening . In ogni paese variavano i
divi preferiti dai frequentatori delle discoteche, tuttavia
qualche nome (per esempio Donna Summer, i Bee Gees, i Boney
M, Grace Jones e Roberta Kelly) poterono contare su una
notorietà internazionale. In Italia le prime avvisaglie si
ebbero verso il 1973 con gli hits a sorpresa di Stevie
Wonder, Timmy Thomas, Deodato, Temptations e Chi-Lites. Più
tardi toccò a Barry White, alle Love Unlimited, a Ike & Tina
Turner. L'industria della musica trovò nelle discoteche un
nuovo ed efficace canale promozionale in alternativa ai
logori programmi TV, fatale imbuto per il cui sottile collo
passavano pochi e non sempre meritevoli "cantori di umane
paturnie". Nel 1975, si cominciò a parlare di disco music
sulla stampa specializzata, quando si registrano grandi
successi per nomi fino allora completamente sconosciuti
quali Carl Douglas, George McCrae, Hues Corporation, Carol
Douglas, Van McCoy, KC & The Sunshine Band. Poi iniziarono
ad affermarsi le dive: le prime furono Gloria Gaynor e Donna
Summer, ma quest'ultima soprattutto, avvolta da un alone di
leggenda, venne prodotta in vitro da quel volpone di Giorgio
Moroder, abile produttore di Monaco di Baviera e vista come
sex-symbol, dopo aver mandato in tilt torme di spettatori
con le sue eroticissime movenze. Nel 1976 troviamo tra i
dischi più venduti in Italia quelli di White, Summer, Gaynor,
Kelly, Silver Convention, Ritchie Family, Esther Phillips,
McCoy e Deodato. Già l'anno seguente portò grossi
cambiamenti: a Stevie Wonder, Donna Summer, Roberta Kelly,
Ritchie Family si affiancarono una schiera di nomi nuovi,
quelli di Cerrone, Boney M, Giorgio (proprio il produttore
Moroder appena citato), Amanda Lear, Grace Jones, D.D.
Sound, Santa Esmeralda, Belle Epoque, Salsoul Orchestra e
così via. Il 1978 fu poi l'anno dei Bee Gees, che con le
canzoni tratte dalla colonna sonora del film "Saturday Night
Fever" divennero i protagonisti in assoluto della disco
music mondiale Altri emergenti furono Sheila & B. Devotion,
l'indiana Asha Puthli, Andrea True Connection, Baciotti,
Bionic Boogie, Lipstique, ecc. Una caratteristica
interessante della disco music fu che in questo genere la
tradizionale (nel pop) sottomissione del continente europeo
alla produzione britannica e statunitense venne superata:
nel confezionare prodotti di rapido consumo i tedeschi, i
francesi e gli italiani (si pensi al planetario successo dei
Fratelli La Bionda, un tempo appassionati seguaci della
"West Coast Music") si dimostrarono altrettanto (se non più)
abili di americani e britannici. Su versante italiano, oltre
ai La Bionda, con l’operazione D.D-Sound, si distinsero
alcuni abili produttori come Celso Valli e Mauro Malavasi,
basti ricordare i successi dei Change, Peter Jaques Band e
Macho. Musicista, produttore e deejay, tra i più attivi
della scena disco italiana (e non solo), tra la fine degli
anni 70 e i primi anni 80. Per molto tempo Mauro Malavasi fu
sinonimo di successo, e per molti dee-jay, il suo nome
significava comprare i dischi sigillati. Proveniente dal
conservatorio, inizialmente Mauro ebbe l'idea di cimentarsi
in una jazz band, ma nel 1978, sotto la spinta dall'amico
Marzio, alias Macho, decise di produrre una cover dello
Spencer Davis Group, in versione disco-dance, ossia "I'm a
man ", brano entrato di diritto nella storia della disco,
sopratutto per le sue inusuali sonorità. Con Jacques Fred
Petrus fondò l'etichetta Goody Music, che per molti anni
diede alle stampe gruppi ed artisti di successo:: la già
citata Peter Jacques Band, B.B&Q Band, Change (con il
vocalist Luther Vandross), Hypnotic Tango, Cube, Revanche,
Rudy, etc. Inutile dire che Malavasi ha comunque continuato
nella sua ingegnosa attività in questi ultimi anni, anche
dopo il declino della disco. Infatti sono sue le produzioni
pop di alcuni dei dischi di maggior successo di artisti
italiani ed internazionali. L’Italia si mostrò subito
propensa ad accettare anche tutti quegli artisti che dal
Rock si gettano a capo fitto nel gorgo della “disco”: Rod
Stewart con “Da Ya Think, I’m Sexy?”, I Rolling Stones con
“Miss You” ed “Emotional Rescue”, i Kiss con “I was Made for
lovin’ you” ed i Knack con “My Sharona”. Che la disco-music
ebbe pochissimo da offrire a livello culturale è un dato
scontato, lo conferma, infatti, la stessa volubilità degli
appassionati del genere, prontissimi a spostare le loro
preferenze da un artista all'altro nel giro di pochi mesi,
talvolta di settimane, proprio perché ciò che veniva loro
offerto era solo una sensazione epidermica. Il pubblico
d'altronde otteneva quanto cercava: chiedeva solo delle
occasioni di evasione, senza pretendere dalla musica i
messaggi, l'elevazione spirituale o il piacere estetico che
i veri appassionati sanno trarre da questa eccelsa e libera
arte. Quindi lo smercio era rapido e i dischi duravano poco
come i soldi vinti al gioco. Seppure il fenomeno “disco”
servì a creare un più vasto consumo di musica (e in un paese
come l'Italia salvò, addirittura, l'industria discografica
da una grave crisi recessiva), non riuscì ad imprimere tra i
giovani forti connotati culturali ed educativo. Anche dal
punto di vista della creazione di nuove star usa e getta,
non ci pare che la "disco-commerciale" abbia offerto
personaggi di rilievo mediatico (come si direbbe oggigiorno),
eccezione fatta per la stuzzicante, ambigua e intelligente
Amanda Lear, ancora in attività.
DOPO LA DISCO
MUSIC, VENNE L'ITALO DISCO!
Con l’arrivo degli anni ’80 la disco-music di marca
statunitense, che aveva già abdicato da tempo ad
appannaggio dell’Eurodisco, appariva come una
sbiadita copia di se stessa. Mentre gli Inglesi
avevano preferito deviare verso un formato sempre
più vicino al pop, i Tedeschi, assillati
dall’avanzata della new-wave, si erano lasciati
irretire da complicate commistioni sonore, fatte di
elettronica e krauti-rock. Dal canto loro gli
Spagnoli si mostravano inadeguati alle nuove sfide
del mercato, così come i Francesi apparivano scialbi,
obsoleti e privi di idee, mentre i soli a sfruttare
il vento del cambiamento, traendone profitto, furono
gli Italiani. Sia pure bistrattati da certa critica
spocchiosa e liquidati con la riduttiva definizione
di spaghetti-dance, i produttori italici della prima
ora, per molti anni, riuscirono a tenere in mano lo
scettro delle charts disco-dance Europee e mondiali.
Le produzioni italo-disco avevano il pregio di
essere imperniate su ariose melodie, sovente
caratterizzate da un “refrain” a presa rapida e
giocate su armonie vicine al pop di facile ascolto,
i cui ritmi scarni ed essenziali, risultavano assai
propedeutici alla dilagante mania del mixing che in
quegli anni, grazie ad una discreta evoluzione del
giradischi, sembrava essere un diktat per ogni
provetto DJ. Pur basate, su testi inglesi dal sapore
vagamente scolastico e pronunce talvolta improbabili,
le pubblicazioni delle etichette italiane avevano
una forte analogia con taluni prodotti del
New-Romantic britannico, le cui sonorità rarefatte e
largamente melodiche spesso si confondevano con
quelle marca italica. Infine, l’utilizzo appena
accennato delle tecnologie elettroniche e quell’aria
di frivola leggerezza, talvolta auto-ironica,
stabiliva una sorta di “continuum” privilegiato con
la primigenia Eurodisco. Severo Lombardoni, capofila
della discografia tricolore indipendente, fu il
primo a guidare le sorti della dance italiana con la
sua etichetta Disco Magic. Un lungo percorso
costellato da notevoli successi internazionali: era
il 1981, quando cominciò l'avventura della italo-dance.
L'artefice di questo miracolo “all’italiana”
risponde al proprio al nome di Severo Lombardoni.
Dopo essersi diplomato a vent'anni presso il
Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, decise di
sfruttare la sua passione per la musica, aprendo un
negozio di dischi nei dintorni di Bergamo. Erano gli
anni d'oro della disco-music italiana, con le
produzioni della Goody Music, della Banana Records e
della Full Time egemoni sulle dance-charts e su
cospicue quote di mercato europeo e mondiale, quando
l’intrepido Lombardoni si lasciò vellicare dall'idea
di seguire le medesime coordinate, tracciate dai
suoi predecessori, fondando, nell’81, la
Disco-Magic. Il momento risultò alquanto propizio,
favorendo il facile assemblaggio di una squadra di
artisti e produttori di talento: grandi successi
internazionali, mentre, dietro i nomi poco noti dei
vari collaboratori come Paolo Pelandri, Roberto
Zanetti, Domenico Rìcchini, Manuel Curry, Luis
Garcia Perez e Fabio Roscioli si celavano artisti
dal marchio o dal nomignolo anglofono, quali P. Lion
(“Happy Children”). Savage (“Don't Cry Tonight e
Only You”), Joe Yellow (“I'm Your Lover”), Den
Harrow (“A laste of Lave” e “To Meet Me”), Gary Low
(“You Are a Danger”), ma soprattutto Ryan Paris che,
con “Dolce Vita”, ha rappresentato il punto più alto
in termini economici per l'etichetta, con un
consenso internazionale che approdò alla
ragguardevole cifra di oltre tre milioni di singoli
venduti. Nel giro di quattro anni, dal1981 al 1984,
il logo della Disco-Magic, rappresentato da un
piccolo mago, divenne sinonimo di produzioni di alta
qualità, firmate da autori come Pierluigi Giombini,
i fratelli Micieni, Roberto Turatti e Miki Chieregto.
Lombardoni ebbe un ruolo fondamentale nel lancio
italiano della assai remunerativa moda delle
conpilations, riuscendo a imporre, anche sul suolo
italico, un formato assai in voga sia negli States
che nel resto d’Europa. A partire dal 1988, la Disco
Magic accentuò una sempre dichiarata vocazione
distributiva, contribuendo al successo oltralpe dei
Black Box, che con “Dreamland”, a parte le numerose
cause per gli improvvidi campionamenti o rifacimenti
non autorizzati, ebbero l’onore delle classifiche di
mezzo mondo, perfino le austere charts britanniche.
La Disco Magic divenne presto un impero in
espansione, tanto che, agli inizi degli anni Novanta,
la casa discografica si trasformò una sorta di
“holding”, con tanto di consociata, come la tedesca
(Lombardoni Muzic), dando l'avvio ad un florido
commercio con mercati poco prestigiosi, ma dal
potenziale altissimo, quali l'Europa dell'Est, il
Sudamerica ed i paese dell’estremo Oriente. In quei
giorni il gruppo arrivò a fatturare fino a venti
miliardi di lire l'anno, con una dotazione di
magazzino stimata intorno ai dieci miliardi di lire.
Ma qualcosa cominciò a non andare per il verso
giusto. Dopo un’ultima manciata di successi, “Hymn”
di Cabellerò, “Faìling” di D.Twins e “Profondo rosso”
di Flexterr, una grave crisi di liquidità travolse
l'imprenditore bresciano, spingendolo a cedere suo
malgrado tutti i diritti sul suo catalogo a Bernhard
Mikulski, proprietario della ZYX, per una cifra di
otto miliardi di lire. Dal canto suo, Pippo Landro,
con la New Music è riuscito a vincere una sua
personale scommessa, puntando su artisti veri e non
su progetti studiati a tavolino, basati su nomi
fittizi e voci create in studio con artisti da
laboratorio. Gli anni ottanta avevano portato ad una
forte impennata del comparto italo-disco-dance,
facendo spuntare come funghi a una miriade di nuove
etichette discografiche indipendenti, prive di
esperienza e di mezzi, ma capaci di osare e foriere
di idee innovative. Nel 1987, nasce la New-Music,
label milanese fondata da Pippo Landro, un
imprenditore di origine siciliana con una grande
passione per la musica americana. Ils suo ingresso
nel mondo della musica parte da una giovanile
passione per la fisarmonica fino agli ani ’70 quando
diventa tastierista dei Gens, vincitori del
Cantagiro 1972 con “Per chi”, cover di “Without you”
di Harry Nilsson. Dopo vari esperienze nel mondo
della discografia, Pippo decide di passare
dall'altra parte della barricata, aprendo un negozio
di dischi d'importazione, “il Bazaar di Pippo”,
conosciutissimo dagli addetti ai lavori. Il momento
sembrava propizio per la musica, il mercato era in
espansione, tanto che il miraggio di facili guadagni,
lo spingono a fondare una sua compagnia discografica.
Cosi Landro, che non impiega molto a capire i
meccanismi del gioco, nel giro di pochi anni, fece
conoscere il suo stile in tutta Italia, sfondando
nelle classifiche di vendita grazie all'acquisizione
di una licenza estera: “Pump Up the Jam” dei
Technotronic, brano cult degli anni ottanta, capace
di spingere nella top 10 anche l'LP d'esordio, “The
Album”. Dopo il lancio di alcuni marchi importanti
nel segmento delle compilations (“Los Cuarenta” e
“Vive la France”), il Nostro tentò il colpaccio,
riuscendo a convincere Gloria Gaynor a tornare in
studio e reinterpretare i suoi vecchi successi disco
degli Settanta. L'idea si rivelò azzeccata e,
miracolosamente, la Gaynor si ritrovò nuovamente
nelle top 10 italiane, vendendo 100.000 copie del
suo LP e tracciando il solco ad iniziative analoghe
da parte di arrugginiti artisti del decennio
precedente, quali Jimmy "Bo" Horne, Sister Sledge e
Imagination. Nel giro di una decina d’anni, la New
Music divenne una multi-company comprendente la New
Music International, la Lup Records (orientata su
progetti underground), la PLM Records (specializzata
in produzioni black), la Meet (per i brani più
commerciali) e la Nuova Musica (dedicata alla musica
italiana). La sua scuderia può vantare produzioni
che hanno conquistato i mercati internazionali:
Black Macnine “How Gee”, Clutch “Don't Worry”, La
Fuortezza “2 thè Night”, (brano trainante della
colonna sonora del film “Il Ciclone”), Cecilia Gayle
“Pam pam”, Los Locos “Mambo Mix”, Neja “Restìess” e
“The Game”, (vincitrice del Disco per l'estate nel
1999), Ti.Pi.Cal “The Coburlnside”, “Lady Violet”
“Inside to Outside”. La New Music non ha mai
disdegnato il mercato nostrano, come dimostrano la
raccolta “Anima mia” che rilanciò i Cugini di
Campagna, le parodie dance di Leone di Lernia,
nonché le innumerevoli compilations “Mix In Time” e
“Superlatina”.
È partita, invece, dal "Sol Levante" la scalata al
successo della Time: il boss Giacomo Maiolini ha
saputo sfruttare al meglio l'opportunità, portando
l'etichetta anche nelle chart inglesi e americane.
In Italia non sono molti i gruppi industriali
indipendenti attivi nel comparto dance che possono
vantare una permanenza quasi ventennale sul mercato.
Tra questi, spicca la bresciana Time. Nata nel 1984
per volontà di Giacomo Maiolini, un eterno ragazzino
tutto d'un pezzo, abituato a rischiare in proprio.
Inizialmente l'etichetta si barcamenò sul mercato
internazionale grazie alle produzioni italo-disco
tipiche dell'epoca con Albert One, Yoe Yellow,
Aleph, Atrium e Fred Ventura, puntando soprattutto
sul Giappone, notoriamente poco abituato a
distinguere tra i prodotti musicali di provenienza
occidentale. Proprio nel “Paese del Sol Levante”, le
sue produzioni divennero assidue frequentatrici
delle classifiche di vendita, quasi mai al di sotto
delle centomila copie. Tra i colpi messi a segno
ricordiamo “Fly to Me” dì Aleph. “Bang Bang” di
Frank Torpedo e “What Kirtd of Cure” di Lou Grani.
Le cose cominciano a ingranare, almeno sul versante
esportazione, così nel 1990 la Time poté aprire i
primi studi di registrazione a Brescia. Erano gli
anni dell'esplosione del fenomeno house-music, a
questo punto Maiolini ebbe l’ardire di creare
l'etichetta specializzata “Italian Style”, sfidando
il mercato mondiale. Grazie a questa felice
intuizione, egli riuscì a portare nelle chart del
mondo musicale che conta, Stati Uniti compresi, le
canzoni di Jinny e, in particolare, “Keep Waim”, che
ottenne l'incondizionato favore dei frequentatori
delle discoteche, nonché l’apprezzamento degli
addetti ai lavori, DJs in testa. Tale successo
porterà all'inaugurazione di tre studi di
registrazione, modernissimi e ben attrezzati e alla
contemporanea creazione della Line Music. Da quel
momento le iniziative si sono susseguite rapidamente
con la proliferazione di altre etichette riferibili
al gruppo Time: la MGM e la Downtown. Il 1993 fu
l'anno della svolta. La Time conquistò le
classifiche italiane per non mollarle più: “Sweat”
(1993) e “Open Your Mind” (1993) degli U.S.U.RA,
“Confusion” (1993) e “Change” di Molella, “Pass the
Toilet Paper” (1994) e “Short Dick Man” (1994) dei
20 Fingers, “Infinity” (1995) degli U.S.U.RA con i
Datura, “Let Me Be” (1995) di Taleesa, “Corning
Back” (1997) di DJ Dado, “Feel It” (1998) dei
Tamperer featuring Maya, “With This Ring Let Me Go”
(1998) di Molella & Phil Jay, “Give Me Love” (1999)
di DJ Dado featuring Michelle Weeks, “We Like to
Party” (1999) dei Vengaboys, “If You Buy This
Record” (1999) dei Tamperer featuring Maya, “Boom
Boom Boom Boom” (1999) dei Vengaboys, “Up & Down”
(2000) di Billy More e “Carillon” (2001) di Magie
Box. Nel 2002, la Time ha raggiunto l'eccellente
traguardo degli oltre 8 milioni di Euro di fatturato.
Il gruppo, che, negli anni, ha sviluppato una
strategia "globale" nei confronti della produzione
di musica da discoteca, grazie all’attività delle
etichette Time (oltre 350 brani in catalogo), Rise,
rivolta ai club (oltre 200 titoli) e Spy,
specializzata in prodotti commerciali (oltre 60
produzioni), Leader riconosciuta del mercato
discografico europeo, negli ultimi anni ha
consolidato il suo successo con produzioni di
prestigio come quelle di Black Legend, Mad'House e
Panjabi MC, di DJ Ross e Daniele Tignino, per non
parlare dello straordinario successo che sempre
accompagna le sue compilations.
“Dance World Attack”, ovvero la dance va all'attacco
e alla conquista dei mercati mondiali. Base
operativa, non New York o Londra, ma la provinciale
Massa. Grazie al fiuto del suo fondatore Roberto
Zanetti, in arte Robyx, la DWA ha portato il tipico
sound made in Italy ai vertici delle classifiche di
tutto il Pianeta. Per centrare obiettivi ambiziosi
spesso non basta pensare in grande, bisogna anche
avere carattere, personalità e voglia di combattere.
Nella mente di Roberto Zanetti, il fondatore della
Dance World Attack, tutto ciò era ben chiaro, grazie
alle precedenti esperienze come autore e produttore
col nome di Savage. Meglio noto come Robyx, Roberto
esordisce firmando canzoni per conto terzi ed a
quattro mani con Adelmo Zucchero Fornaciari. Zanetti,
classe 1956, nativo di Massa, nel 1983 tenta la
carta della dance e della produzione in prima
persona. Con il nome d'arte di Savage esce alla
ribalta con il singolo “Don't Cty Tonight”, che
riscuote un discreto successo. Dopo qualche anno
trascorso facendo serate nelle discoteche di mezzo
mondo, nel 1989 tenta il grande salto: con i soldi
guadagnati nei sei anni precedenti acquista lo
studio di registrazione Casablanca e fonda la DWA.
Le prime produzioni servono ad aggiustare il tiro e
passano quasi inosservate, ma con il "progetto Ice
MC" le cose cominciano a ingranare e la DWA inizia a
farsi conoscere: “Easy”, “Cinema” e “Scream”
funzionano e la neonata etichetta italiana tenta il
lancio di nuove produzioni, tra le quali ben
figurano quelle firmate Pianonegro, Nel 1992 centra
il primo vero successo mondiale con Double You, la
cui azzeccata cover di “Please Don't Go” della K.C.
and Sunshine Band vende ben quattro milioni di copie
nel mondo, anche se viene frenato in UK e negli USA
da una scorretta azione concorrenziale della
londinese Network, che lancia contemporaneamente i
K.W.S. con una cover assai simile dello stesso brano.
La cosa finisce in tribunale, con piena
soddisfazione della DWA che vede riconosciuti i
propri diritti. Da quel momento fu una sequenza
inarrestabile di successi: esplode Ice MC (con
800.000 copie vendute dell'LP e due milioni di
singoli), attecchisce il progetto Corona con “The
Rhythm Of The Night” che vende oltre quattro milioni
di pezzi, mentre Double You continua a ottenere
riscontri. Come spesso accade, ad alcuni il successo
da alla testa e nel 1996 il team dei miracoli,
faticosamente messo in piedi da Zanetti, si scioglie
nel giro di pochi mesi per questioni di ingaggi e
royalties. Per nulla affranto, Roberto ricomincia da
Alexia, una cantante di razza che presto conquista
le chart italiane ed europee. La serie di successi
inanellata è tale da suscitare l'attenzione della
Sony, che finisce per tirare dentro la propria
scuderia l'artista spezzina, pagando la cifra di due
miliardi di lire. Nel 2000, il nostro produttore,
allontanatesi dalla mischia, scrive e produce il
tormentone “www.mipiacitu” per i Gazosa, tornando a
collaborare con Zucchero, di cui arrangia “Shake”.
Pur non avendo avuto mai plauso della critica e non
riuscendo ad assurgere al rango di musica pop,
intesa come “popolare”, l’italo-disco, in
particolare nel corso degli anni Ottanta e per buona
parte dei Novanta, ha rappresentato una delle
espressioni musicali più vivaci e creative,
condizionando nel modo di fare musica per la
discoteca i più blasonati produttori Tedeschi ed
Inglesi e, per certi aspetti, perfino gli Americani.