The Whole World's Dancing
DAVID MANCUSO: NO MIX!!!
Profilo di Dave Mancuso
a cura di Fabio De Luca, tratto "Discoinferno: i dieci anni
che cambiarono il clubbing a New York", pubblicato su
Rolling Stone, marzo 2005. http://www.weekendance.com/
David Mancuso non è uno consueto. Non lo è mai stato. Per i
dj con un po’ di coscienza del proprio mestiere David
Mancuso è una specie di figura paterna. È l’uomo che nella
New York di inizio anni Settanta ha - senza volerlo fare -
inventato da zero il mestiere di dj e la nozione stessa di
"club". Lo guardi: massiccio, con una enorme camicia a
quadri color vino fuori dai pantaloni. Non sapessi che è lui
potrebbe sembrare uno degli elettricisti. Anzi no: lo
sguardo è uno strano misto di vivacità, profondità e "qualcosa"
di inquietante e misterioso. E unico. È come un Charles
Manson "buono", uno dei Grateful Dead. Ha sessant’anni
compiuti da pochi giorni e l’entusiasmo ed il sorriso di un
bambino quando ti spiega - riuscendo a non essere
mimimamente retorico - che "la musica è una manifestazione
di Dio, dell’energia primaria, o in qualunque modo tu Lo
voglia chiamare". Ti vengono in mente le storie lette su di
lui. Sono tutte bellissime: a partire da quella di Sister
Alicia, la suora che lo ha allevato nell’orfanatrofio dove è
vissuto fino all’età di cinque anni. Un’orfanatrofio nella
New York degli anni Quaranta non dev’essere davvero stato un
gran posto, ma Sorella Alicia non perdeva occasione per
tirar fuori il grammofono e organizzare piccole "feste" per
i bambini: "si", dice David, "probabilmente è lei che mi ha
trasmesso il piacere per la condivisione della musica".
Poi ci sono le storie sulla sua amicizia con il guru
lisergico Timothy Leary, sulla decisone (nel 1969) di
abbandonare il mondo dei beni materiali, sulle giornate
passate immobile nella posizione yoga del loto fino ad
essere ricoverato in ospedale vittima di una grave forma di
catatonia. Poi il rientro "tra i vivi": il trasferimento a
NoHo (North Houston), un’area precedentemente industriale
dove - mano a mano che l’industria si trasferiva nel New
Jersey - arrivavano gli artisti ed occupavano gli enormi
loft dove l’affitto costava (ancora) pochissimo. Il loft di
Mancuso era al numero 64 della Broadway. E’ li che -
ispirandosi alla tradizione nera dei rent parties (feste
private a pagamento che il proprietario di casa teneva per
mettere insieme i soldi per pagare l’affitto) - Mancuso
comincia a organizzare delle feste. Strettamente su invito:
e lui che mette la musica non perchè abbia ambizioni da dj,
ma perchè vuole creare un perfetto bozzolo emotivo per i
suoi ospiti in ogni singolo momento della serata. "Poi, col
tempo, ho capito che c’è come un terzo orecchio che guida
l’interazione tra chi mette la musica ed il pubblico",
racconta oggi. Il suo club nasce così: si chiama The Loft,
una festa in casa, un reale momento di condivisione
settimanale al suono del soul e della disco-music degli
albori. I testimoni dell’epoca raccontano che Mancuso aveva
raggiunto livelli sublimi nel suo obiettivo di costruire il
perfetto bozzolo emotivo per i propri ospiti, lavorando
sulle luci, l’apertura delle finestre e soprattutto sul
suono. Già prima del Loft Mancuso era un frequentatore
dell’alta fedeltà: dopo ne diventa il più straordinario
esegeta. Al Loft nulla è lasciato al caso: la disposizione
degli altoparlanti (Klippschorn, creati negli anni venti
dall’ingegnere Paul Klippsch) risponde a precise leggi
acustiche, la diffusione del suono è calibrata sin nei
minimi dettagli e le puntine dei giradischi sono fatte su
misura da una fonderia giapponese specializzata in spade da
samurai!
L’ultima leggenda tramandata dice che oggi Mancuso suona
raramente in giro perchè il suo dj-set ha un costo
esorbitante. E non perchè lui pretenda chissà quale cachet
astronomico, ma perchè Mancuso gira il mondo con quegli
stessi giradischi, quello stesso amplificatore e quelle
stesse casse acustiche che c’erano al Loft. Che poi non è
nemmeno esattamente così - non sempre, almeno - però
qualcosa di vero c’è. Ed è assolutamente vero che lui è un
maniaco del controllo, che arriva nei posti dodici ore prima
per sincerarsi che l’impianto sia stato installato secondo
le sue scrupolose indicazioni. Ed è anche vero che - per
essere un dj - David Mancuso è uno che ama il silenzio. O
meglio, il suono silenzioso della natura. Lo ha detto in una
storica intervista del 1975 al Village Voice, oggetto di
culto tra i suoi fan, ma a chiederglielo lo conferma anche
oggi: "la natura è il suono perfetto. Il modo graduale in
cui il sole sorge, in cui il calore aumenta fino al
mezzogiorno. il modo in cui i grilli cominciano a cantare
dopo che ha fatto buio
Situato all'angolo di Broadway e di Bleecker Street nel
quartiere di Chelsea, a New York, il "Loft". Aprì i battenti
nel 1971. In realtà non era un club, ma un vero loft, un
appartamento nel quale viveva il dj ed organizzatore David
Mancuso. "Siamo tutti dei Loft Babies". Lo spirito del Loft
è quello di azzerare ciò che siamo nella vita quotidiana. La
musica e conseguentemente il ballo, come momento di
democazia totale. Quindi il Loft professò di essere ciò che
siamo senza limiti di colore, orientamento sessuale o "classe
sociale" grazie alla Musica. Con il fiorente mercato e
commercializzazione delle "discoteche" oggi potrebbe
sembrare scontato, ma fu forse questa la vera innovazione
del Loft. Il ballo, all'apparenza attività frivola, ha una
forte carica politica. La favolosa storia della House music
inizia così, con duecento fedeli riuniti ogni week-end al
Loft. Per entrare occorreva avere la Card e non era molto
facile ottenerla. Bisognava conoscere e amare la musica
follemente quanto Mancuso. Blacks, latinos e bianchi tutti
insieme che ballavano sul suono del miglior sound-system
della città. Per la prima volta, un locale notturno
possedeva un suono cupo assiato su dei bassi così assordanti
che rendeva pazzi tutti i Loft Babies. Scappando alle
autorità dicendo di queste feste che erano private, Mancuso
non poteva quindi vendere alcol. Ma per Mancuso, il fatto di
non essere veramente un club gli permetteva di chiudere
quando gli pareva. E quindi i parties duravano delle ventine
d'ore ed era "in" arrivare al locale il più tardi possibile.
Non prima delle 6 in ogni caso. David Mancuso fu il primo ed
ultimo dj culto. Proseguirà l'avventura del Loft, da
appartamenti ad appartamenti, di Loft in Loft. E connobbe
innumerevoli difficoltà con le autorità. In 1979, grazie ai
suoi calzini, si salva di un processo... Infatti, accusato
di organizzare serate a scopo di lucro (un motivo come un
altro di chiudere questo luogo per gay), è il suo amico Mel
Cheren che apportò la testimonianza salvatrice:
"Vostra Eccellenza, come volete che un uomo che, senza
fare attenzione, mette ogni mattina calzini diversi l'uno
dall'altro possa avere un minimo senso di business ???!!"
Mancuso, puritano ! Ed è ancora tutt'ora dj con le sue tre
particolarietà: il suono è volutamente basso, non mixa (si
accontenta solo di mettere i dischi uno dopo l'altro) e non
cerca di fare il furbo programmando dischi sconosciuti. Le
uniche cose che lo interessano, sono la qualità della musica
e l'intelligenza nel programmarla. L'ambiente non la tecnica
! In effetti, ne ha piene le scatole dei dj tecnicamente
bravi e di questa ossessione moderna di mixare in tempo i
dischi. Lui stesso s'è tolto il mixer: - Solo due piatti,
comme ai vecchi tempi ! Dicevi già nel 1983 !!!!
A quei tempi uno dei frequentatori più assidui del Loft era
David Morales, che si portava un vestito di ricambio per
poter rimanere a ballare e potersi cambiare la domenica
pomeriggio, insieme ad altri come: Larry levan,
Francois Kevorkian e Frankie Knuckles.
LA STORIA
Lo scenario politico-social-musicale fu al quanto
propizio all'affermarsi delle Disco-Music. Marzo
1972: Richard Nixon è presidente da tre anni e Otis
Redding è morto da quattro. James Brown, avvolto da
una nube di monotonia, è una copia si se stesso, Sly
Stone si è smarrito nella stratosfera e la Motown si
gioca le carte decisive non più a Detroit ma a
Hollywood. Malgrado ciò, c'era qualcuno che stava
tentando di rinverdire l'ambiente, alterando la
composizione chimica del R&B.: cosa assolutamente
inusuale e, forse, inattesa. Un coro di avvenenti e
novelle Supremes, una sezione di violini, corni e
fiati amalgamati con le loro dolci voci al miele
millefiori. Al momento, molta gente non si
accorse di quanto stesse avvenendo, ma la canzone
"Walking in ther ram with the one I love ", della
Love Unlimited Orchestra, capeggiata da un " certo "
Barry White, fu la prima escursione alla luce del
sole di un disco che veniva comunemente suonato e
ballato nelle discoteche urbane, una sub-cultura
trascurata, fino ad allora, i cui templi sacri
venivano, nottetempo, popolati solo da gay, neri ed
ispanici. Ci sarebbe voluto ancora un anno e mezzo,
o due, prima che un preciso e chiaro concetto di
Disco Music fosse accolto e accettato dalla gran
massa del pubblico, soprattutto ben codificato
dall'industria del vinile. Comunque sia potuto
accadere, la Love Unlimited, con questo brano, segnò
un punto critico nell'evoluzione della Disco,
marcando l'inizio della separazione della black
music dalla forma più nuda, primigenia, naturale: il
soul anni '60. Lo stesso stile affiorò ancora in
superfice nel 1973, con il mitico " Love Theme "
della Love Unlimited Orchestra, e, successivamente,
con "Can't get enough of your love ", la prima della
serie delle opere “Pillow Talk”, ossia di cuscino
parlante. Alcuni aficionados del soul, ricordando e
venerando i lavoro di Otis Redding e di Wilson
Picket, restarono sgomenti per stucchevole dolcezza
di White, definendolo il “Black Mantovani” Ma i
violini erano stati usati nel R&B fin dall'album dei
Drifters, " There goes my baby " nel 1959, e avevano
contribuito a rendere più zuccherato il Motown
sound. White si era limitato ad aumentare la dose di
saccarosio. Comunque egli stesso si preoccupò di
spiegare personalmente che l'unico fine della sua
musica “consisteva nel traversare le linee
razziali e le differenze sessuali.” Egualmente
decisivo per l'evoluzione della Disco Music fu il
mitico sound di Philadelphia, che a partire dal 1972
era diventato il centro propulsivo della black
music. Il Philly sound fu creato da due abili e
navigati produttori, Kenneth Gamble e Leon Huff, che
avevano già lavorato insieme nella metà degli anni
'60 e, a differenza dello stile di Barry White,
poteva vantare più ferme e profonde radici nel
gospel e nel R&B. I gruppi di Philadelphia (The
O'Jays, i Bluenotes, etc.) prima del “trattamento di
bellezza” Gamble&Huff, si occupavano di doo-wop.
Gamble e Huff si servirono di un manipolo di
session-men, un gruppo di musicisti di studio
conosciuto come MFSB. La loro politica musicale era
costituita da una accentuazione dell'uso smielato
dei violini stile Motown (ma non così drasticamente
eccessivo come in Barry White) e dall'introduzione
delle percussioni martellanti, che avrebbero in
seguito costituito il cuore pulsante, il vero
“groove” della Disco. l loro lavoro si concretizzò
in una miriade di hits, dal 1971 al 1974, " Love
Train " e " Backstabbers " di The O'Jays, " The love
I lost " di Harold Melvin and the Bluenotes, " Zing
went the strings of my heart " dei Trammps e " TSOP
" degli MFSB che divenne anche la sigla di un
popolarissimo dance show televisivo negli Stati
Uniti, Soul Train. Al contempo, un'attiva scena
Disco underground stava sorgendo a New York. Le
vecchie discoteche degli anni '60, come l'Arthur's o
il Peppermint Lounge avevano chiuso, ma per coloro
che avevano sempre ballato, specialmente i gay e i
neri e gli Ispanici, l’attività non si era mai
fermata. Essi ripararono in soffitte, scantinati,
capannoni, fabbriche abbandonate, che convertirono
in discoteche ante-litteram. In un club di Manhattan
(West Forties), i DJ trasformarono la tecnica di
sostituire un disco con l'altro in una raffinata
forma artistica, la dissolvenza incrociata, che
sarebbe esplosa in tutto il mondo da lì a pochi anni.
Con l'inizio degli anni '70, la musica nera iniziò a
frantumare le limitazioni che si era imposta negli
anni '50 e '60. Molti elementi dell'acid rock
filtrarono nella black music, e sarebbero, poi,
stati del tutto assorbiti dalla Disco Music. I brani
contenuti in questi album avevano ormai oltrepassato
il muro dei tre minuti e diventavano sempre più
lunghi, permettendo così ad artisti come Marvin Gaye
e Stevie Wonder, che erano stati fino allora
confinati e “castrati creativamente” dalla macchina
mangiasoldi Motown, di esplorare le loro
potenzialità creative e di superare i confini
forzati del soul. Ad esempio, Wonder, iniziò ad
utilizzare sistematicamente moog e arp-synthesizers
nei suoi lavori. Lo strumento elettronico, capace di
produrre un vasto spettro di suoni, fino ad allora,
era stato impiegato da artisti avant-garde, poi,
pubblicizzato dai gruppi rock più famosi, come i
Moody Blues e Emerson, Lake & Palmer, ma mai era
stato adoperato da musicisti di colore. L'aggiunta
del sintetizzatore portò una nuova dimensione al
convenzionale sound del R&B. Gli Isley Brothers, uno
dei massimi gruppi di R&B dei primi anni sessanta,
ampliarono le proprie file con qualcuno dei
fratellini Isley più giovani, come Ernie, un
chitarrista il cui stile era chiaramente influenzato
da Jimy Hendrix. Sebbene Hendrix fosse nero, egli
ebbe sempre un impatto limitato sulla black music.
Uno dei trucchi favoriti di Hendrix, il pedale del
wha-wha collegato alla chitarra, sarebbe poi stato
adottato da Curtis Mayfield, ex leader degli
Impressions in " Superfly " e in " Freddy's Dead " e
da Isaac Haves, un produttore della Stax Records di
Memphis, i cui suoni gutturali e cadenzati
nell'album “Hot Buttered Soul” precedettero i più
famosi di Barry White. Nello stesso tempo, una certa
consapevolezza delle antiche radici della black
music stava riaffiorando lentamente. La band dei War
iniziò un uso intensivo e pesante di percussioni
africane e latine in brani come " Slipping into
darknes " e " The world is a ghetto ". Anche I ritmi
salsa-afro-cubani si preparano a sortire dal barrio
(quartiere-ghetto), con l'aiuto del successo
commerciale di bands come Santana e Mandrill. Nella
Disco, ancora underground, il ritmo era alla base di
tutto. I brani erano composti sovrapponendo ad una
base di pesanti percussioni dei canti ipnotici
costituendo, così, una estensione dell'approccio
pionieri: i vari James Brown e Sly and The Family
Stone. Questi dischi si mostravano per lo più
prolissi, senza variazioni e con una struttura
finalizzata unicamente al ballo. In gran parte
venivano importati dai DJs europei ed Africani e
fiorivano solo nella sottocultura Disco.
Se si escludono alcune rare stazioni radiofoniche
come la WBLS di New York, possiamo dire che questi
pezzi non venivano trasmessi in nessun programma.
Nell'estate del '73, però, uno di questi imports
abbatté la barriera che precludeva l'accesso alle
onde AM. " Soul Makossa " di Manu Dibango, un
musicista africano, residente a Parigi, nella sua
import label divenne un brano estremamente popolare
nelle discoteche. Non appena le richieste del disco
aumentarono, l'Atlantic Records si impossessò di
tutti i diritti di " Soul Makossa", che cominciò
così a cavalcare con quotidiana frequenza le onde
radiofoniche nell'etere americano. Il brano era
tipico del genere sax-starnazzanti-anni '50, suonato
su ritmi jungle e canto africano con cadenza
francofona, che al paragone faceva sembrare scialbi
perfino James Brown e la sua progenie. La popolarità
di " Soul Makossa " àttirò curiosità. Da dove era
saltata fuori questa cosa? Lo stesso quesito, si
ripresentò puntuale, l'estate successiva motivato
dalla popolarità raggiunta da " Rock the Boat ", un
pezzo di un gruppo newyorkese chiamato Hues
Corporation. Questa volta, non solo la domanda
avrebbe trovato una risposta, ma sarebbe, anche,
stato sollevato il coperchio della cultura
sotterranea della Disco. " Rock the Boat ",
realizzato per una piccola etichetta di New York,
durante l'estate 1974, fu il disco più richiesto in
discoteche del calibro del 12 Wes-t e del Liquid
Smoke. La scena Disco era cresciuta a sufficienza,
tanto da alimentare la nascita e lo sviluppo di un
proprio mercato: così venne organizzata una catena
di negozi specializzata nella vendita di prodotti
Disco. Ma le radio rimanevano fondamentalmente
insensibili a questo fenomeno, e anche a " Rock the
Boat " vennero chiuse le porte. Finché, le molte
richieste indussero ad un cambiamento di rotta. Per
il timore di perdere fasce di ascoltatori, le
stazioni radiofoniche iniziarono ad adeguarsi alla
nuova moda dilagante. La WABC, una stazione AM di
New York, famosa per avere le scalette più
impenetrabili, nel Maggio 1974 consentì la
diffusione di " Rock the Boat ", che divenne la
top-song di quella estate, e che, negli archivi
della radio, è segnalata come la " numero uno " del
1974. Il brano degli Hues Corporation non era
particolarmente innovativo. Leggero e arioso, era
perfettamente equilibrato e facilmente ballabile. E
nel 1974 la gente continuava a ballare. Le
discoteche si spostarono dalle soffitte losche ai
raffinati locali centrali. Il giro economico divenne
notevole: la discoteca assicurava il divertimento a
basso prezzo e garantiva il profitto a basso rischio.
In più, serpeggiava la sensazione che la cultura
degli anni '60 fosse definitivamente finita e sempre
più nitidi si stagliavano i segnali di un desiderato
ritorno all'eleganza ispirato al grande Gatsby. La
Disco sembrava proprio la vera, grande scoperta del
decennio. La supposizione cominciò a diventare reale
tra la fine del 1974 e l'inizio del 1975 quando
vennero realizzati un’enorme quantità di disco
records. Lo spirito di quei giorni e l’elettrizzante
atmosfera erano uguali agli esordi del rock'n'roll:
in mezzo ad una appassionata fiducia nel futuro,
nascevano e proliferavano miriadi di piccole
etichette indipendenti e un’agguerrita armata di
artisti veniva varata. Brani come "Bad Luck" (Harold
Melvin and the Bluenotes), la seducente " Lady
Marmalade " (Labelle), " Honey Bee/Reach Out l'il Be
There " (Gloria Gaynor) o come tutti i lavori
provenienti dai TK Studios di Miami (George McCrae,
KC and the Sunshine Band), possedevano una vitalità
oggi virtualmente inesistente.
La Disco produsse, nel 1975, anche un suo inno, "
The Hustle ", per merito di VanMcCoy, un produttore
veterano, che così dette la stura alla discomania,
proprio come dieci anni prima aveva fatto Chubby
Checker con "The Twis " e la twistmania. McCoy,
comunque, fu più che altro un'opportunista, sia per
l'ottima scelta di tempo, sia perché - come
candidamente ammise in un'intervista – “The Hustle "come
tipo di ballo, era nato prima che egli lo elaborasse
negli studi di registrazione, anche se era rimasto
un fenomeno limitatissimo. Comunque " The Hustle
" fu il ballo che emerse dall'insieme degli stili
più anarchici che regnavano nei primi club. Intanto,
la macchia della Disco si espandeva sempre di più. I
bar, le steak house, i ristoranti si trasformavano
in " club " e privilegiavano il ballo. Produttori,
discografici, vecchi musicisti dimenticati entrarono
in fermento servendo valanghe di dischi, c'era
lavoro per tutti. Vennero sfornati decine e decine
di brani, tutti contenenti gli ingredienti della
moderna Disco - lunghe tracks con parecchie
variazioni, vorticosi violini e l'onnipresente
pulsazione (thump-thump). In questa atmosfera una
nuova formula venne abbozzata da un gruppo di
musicisti di studio, chiamato The Ritchie Family,
che, alla ricerca di novità, si imbatté in " Brazil
" di Xavier Cugat e la trasformò con il thump-thump
della Disco. Fu proprio questa la novità. Il
successo di " Brazil " dette il via ad un'immensa
serie di analoghe re-interpretazioni di vecchi brani
tipici - " Baby face "," Tangerine ", " That Ole
Black Magic ". Intanto i rifiuti della pop music e
della musica bianca in genere si tuffarono con
ingordigia (e con successo) nella Disco Music -
valgano per tutti: i Bee Gees, Four Season, Barbra
Streisand e Bob Scaggs. Un ulteriore perfezionamento
venne portato al calderone Disco dallo stile
electronic-beat creato negli studi di registrazione
di Monaco, proprio su misura per artisti come Donna
Summer e Silver Convention. Miss Summer, il cui
lavoro fu accuratamente guidato da Giorgio Moroder e
Pete Ballotte, riuscì in un'opera difficilissima, a
simulare ben 22 orgasmi nei 17 minuti di "Love to
love you baby", e, contemporaneamente, a non
trasmettere nulla che avesse una parvenza di amore,
una vera macchina del sesso a 32-track mix. È con il
1976 che la Disco Music raccolse un successo
incondizionato, anche se i più affezionati cultori
cominciavano a storcere il naso e a riscontrare una
certa decadenza. Proprio nello stesso anno apparvero
artisti che sembravano voler far saltare tutte le
convenzioni della Dìsco Music (D.C. Larue, Vicki Sue
Robinson, Savannah Band). Uno dei più gettonati hits
del 1976 fu il motivo delle Ritchie Family, "Best
Disco in Town" che, costruito con frammenti di
successi Disco del passato, pareva avere la funzione
di riassunto finale dell'era Disco. " Best Disco "aveva
armoniosamente raccolto gli sviluppi degli ultimi
due anni, ma fece anche sorgere dubbi sul futuro
della Disco Music. A molti anni di distanza
dall'uscita dell'album delle Ritchie Family possiamo
sia concordare che dissentire con la previsione del
1976. La Disco Music ha mutato molti dei suoi
connotati esteriori, tanto che c'è chi le ha
cambiato denominazione, ma sostanzialmente, come
fenomeno sociale, ha continuato florida e potente,
la sua carriera scavalcando gli stretti confini
americani e straripando rapidamente in tutto il
mondo (Italia compresa). A partire dal 1976 vengono
realizzati migliaia di dischi, alcuni interessanti
“Chattanooga Choo Choo" dei Tuxedo Junction, "
Disney Medley " di Michael Zager, ad esempio),
fioriscono nuovi gruppi e musicisti (Peter Brown,
The Village People e i Santa Esmeralda, ad esempio),
ma soprattutto la Disco Music si fonde
spudoratamente con tutte le altre forme musicali,
dal jazz al rock, alla musica classica, fino agli
ultimi esempi di disco-punk rock. Nonostante la
musica stagnasse incerta (lo stereotipo cominciava a
dilagare), nascevano le megadiscoteche come lo
Studio 54, di New York, mitico club di svago per la
bella gente magazine-set e un pò dappertutto si
continuava a ballare: tutto in attesa, forse
incosciamente, di un evento che dovesse suonare come
clamorosa svolta della Disco Music. Poi in tutti i
cinema di New York uscì il film Saturday Night Fever
e nei negozi di mezzo mondo si fa la fila per
accaparrarsi una copia della colonna sonora.
Riemergono, così, i suadenti e platinati Bee Gees in
veste di nuovi alfieri della Disco che assume le sue
caratteristiche di ulteriore involuzione commerciale
della black music, per diventare divertimento e
intrattenimento di massa, per i ragazzi di città, di
campagna, americani, europei, neri o bianchi, figli,
genitori, operai e professionisti, facendo
scomparire le rigide categorie che permettevano di
distinguere chiaramente una musica giovane da una
per adulti, una black music e una white music. Ogni
barriera venne sostanzialmente abbattuta e questo,
in larga misura, è stato merito della Disco Music.
La “febbre del Sabato Sera” finì col consacrare
definitivamente la "disco". Dopo il 1978, almeno
fino al 1983, il tradizionale mercato della musica
pop non poté più disconoscere il fenomeno, non a
caso, innumerevoli artisti “bianchi” provenienti dal
rock, dal reggae, dal punk, iniziarono a
“commistionarsi” con il genere "disco," ma forse,
sarebbe meglio cominciare a parlare di “dance”. Il
resto è cronaca!